Primo Maggio e parole svuotate

Posted in Politica on May 1st, 2012 by Alberto

Perché si celebri il Primo Maggio, lo sapete tutti, immagino. Cosa si celebri, almeno sulla carta, anche. Ma queste lotte dei movimenti dei lavoratori, questi cortei, queste bandiere rosse che sventolano, negli anni sono andati perdendo il loro significato, si sono svuotati, sgonfiati, avvizziti.

E così, mentre mi appresto ad unirmi al corteo di Torino, come al solito, penso che nei primi 5 mesi dell’anno solamente nel capoluogo piemontese sono morte 8 persone sul lavoro. Penso che i sindacati non abbiano saputo (voluto?) difendere i diritti acquisiti attraverso le lunghe lotte e si siano persi nella coltivazione del proprio giardinetto di potere. Penso che la riforma del lavoro voluta dalla torinese Elsa Fornero (e dai suoi sodali) sia la dimostrazione del fatto che la società civile non conti più nulla e non sia, in questo momento, capace di creare una discontinuità che cambi effettivamente le cose; penso la nomina del supercommissario Enrico Bondi, di Francesco Giavazzi (uno che scrive che il liberismo è di sinistra, rendiamoci conto) e persino di Giuliano Amato come consulenti del “governo tecnico” sia l’ennesimo passo verso il fallimento della democrazia italiana.

Non c’è nulla di “tecnico”, al potere: c’è soltanto l’ideologia neoliberista che si è impadronita delle nostre istituzioni, e dirlo sembra quasi recitare un mantra complottista, perché anche “neoliberismo” è una parola svuotata dal suo significato.

Non si può non pensarci, oggi, Primo Maggio, Festa dei Lavoratori che non hanno niente, ma proprio niente da festeggiare.

Alberto Puliafito @albertopi
Comando e Controllo @statodemergenza

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Enrico Bondi – Un commissario per la “spending review”

Posted in Politica on May 1st, 2012 by Alberto

E’ il colmo: il Governo dei tecnici che ha, di fatto, commissariato l’Italia, commissaria se stesso affidando a Enrico Bondi un incarico istituzionale ma non politico. Il “raddrizzatore di conti” (Montedison, Parmalat) verrà infatti nominato

«Commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi con il compito di definire il livello di spesa per voci di costo».

Il che significa, per capirci, che, fra le altre cose, Enrico Bondi potrà

«coordinare l’attività di approvvigionamento di beni e servizi da parte delle PA, incluse tutte le amministrazioni, autorità, anche indipendenti, organi, uffici, agenzie o soggetti pubblici, gli enti locali e le regioni, nonché assicurare una riduzione della spesa per acquisti di beni e servizi, per voci di costo, delle amministrazioni pubbliche. Il Commissario potrà segnalare al Consiglio dei Ministri le norme di legge o regolamento che determinano spese o voci di costo e che possono essere razionalizzate. Potrà inoltre proporre al Consiglio la sospensione o la revoca di singole procedure relative all’acquisto di beni e servizi e l’introduzione di nuovi obblighi informativi a carico delle PA».

Con i poteri del commissario straordinario, insomma, un altra figura nominata dall’alto, in maniera contraria a qualsiasi principio democratico, si occuperà di riorganizzare la gestione della Pubblica Amministrazione (scuola, sanità, difesa, ordine pubblico e svariate altre questioni che, generalmente, hanno a che vedere con il principio di sussidiarietà. Non con i commissari straordinari). Senza contare l’assurdità del fatto che, visto che la Pubblica Amministrazione dipende dal Governo e dai Ministeri, il Governo ha, di fatto, autocommissariato se stesso in alcuni dei propri poteri e compiti.

Alberto Puliafito @albertopi
Comando e Controllo @statodemergenza

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Domande per l’Alba del Soggetto Politico Nuovo

Posted in Politica on April 29th, 2012 by Alberto

Quando mi sono interessato al Soggetto Politico Nuovo ero pieno di fiducia e di interesse, condividendo i 4 punti programmatici che sintetizzavano il (troppo) lungo manifesto e la necessità di riappropriarsi di un certo senso della politica che è andato perduto. Così, ho deciso di andare a Firenze con un paio di amici. Per ascoltare, per capire, per filmare e documentare i primi vagiti di questa “cosa”. Be’, l’entusiasmo, a poco a poco, è andato scemando (non solo in me ma anche nei miei compagni di viaggio).

Visto che non c’è stato modo di farlo di persona (anche perché volevo ascoltare, naturalmente, tutti quelli che avevano già espresso il desiderio di parlare e si erano segnati in lista), espongo qui, sul web, senza troppe pretese – e, sia chiaro, senza alcun intento distruttivo: non ho alcuna intenzione di fare come quelli che criticano sempre e comunque. Motivo per cui ho atteso di rielaborare per bene tutto quel che ho visto e sentito -, alcune osservazioni e perplessità

Perplessità che sono cominciate dentro al Mandela Forum di Firenze, appena l’ho visto (per la prima volta), e che, dunque, esprimerò sotto forma di domande.

Il luogo – Perché scegliere un posto del genere? Perché spendere 4mila euro per affittare un luogo così poco simbolico, così poco affine alle battaglie che si vogliono intraprendere? Perché spendere in questo modo i soldi di chi ha contribuito e trovarsi, poi, a doverne chiedere altri? Perché non chiedere uno spazio pubblico? Perché, al limite, non occuparlo, visto che si parla di “rivoluzione”?

La dinamica e l’assemblea – Perché la dinamica dell’assemblea prevedeva oratori e pubblico in ascolto passivo?

- Perché la sfilata di movimenti e rappresentanti di partiti che dicevano cose che abbiamo già sentito mille volte e che raccontavano le loro esperienze (in una specie di parata-spot)? Perché questa forma da congresso-convegno?

- Perché rivendicare tutti la propria autonomia? Chi ha mai negato l’autonomia? (Questa ovviamente non è una critica al Soggetto Politico Nuovo, ma a coloro che sono andati a prendersi il microfono per fare i comizi e prendere gli applausi e per affermare la propria identità come singoli o plurali che fossero)

Contenuti e sintesi – Perché non partire da valori condivisi? Perché non iniziare subito dai contenuti, con parole chiave da sviluppare in concetti facilmente emendabili dai partecipanti?

- Perché non partire dall’intento di produrre una sintesi?

- Perché ripeterci ancora una volta che siamo contro la discriminazione di genere, contro il capitalismo aggressivo, contro l’ideologia neoliberista? Che siamo per il conflitto? Non sono forse i concetti condivisi che ci hanno riuniti ieri a Firenze? C’era bisogno di ribadirlo così tante volte? Perché svuotare di significato la parola partecipazione e tutte le altre parole ripetute incessantemente da tutti gli oratori (si rendevano conto, gli oratori, di essere spesso l’uno la fotocopia dell’altro)?

I metodi – Perché non applicare metodi partecipativi veri? Perché gli applausi? Perché non affidarsi a facilitatori che facessero procedere l’assemblea con metodi inclusivi?

- Perché anche i gruppi di lavoro (cui è stato relegato un tempo infinitesimo rispetto al resto) avevano una dinamica oratore-platea?

- Perché, infine, non si è data la parola, per una volta, solamente a cittadini, limitando all’essenziale gli interventi di chi, in quanto noto, gode già di ampie platee da cui parlare ed esprimere le proprie opinioni?

Occupy Wall Street iniziò con un’assemblea come quella di ieri. Poi qualcuno decise di staccarsene e di attivare vere pratiche partecipative. Forse bisognava fare così? E’ chiaro che sono pratiche faticose: ci vuole volontà, ci vuole pratica, ci vogliono regole condivise (a cominciare, per carità, dall’abolizione dell’applauso come forma di espressione del consenso), ci vuole pazienza.

Insomma, l’Alba (questo il nome scelto) del Soggetto Politico Nuovo mi è sembrata, ancora una volta, tremendamente simile a un tramonto. Pur condividendo molti contenuti, pur apprezzando alcune proposte emerse qua e là. Parteciperò ai prossimi appuntamenti di lavoro, per capire dove si voglia andare ma soprattutto se le pratiche di inclusione e di partecipazione verranno effettivamente adottate.

Poi valuterò. Intanto lascio qui tutte queste domande.

Alberto Puliafito @albertopi
Comando e Controllo @statodemergenza

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La sfida democristiana di Bossi

Posted in Politica on June 20th, 2011 by Alberto

Lancio del tronco a Monkey Island

Una base pronta per il lancio del tronco e il tiro alla fune, un leader che non si capisce bene quando parla – ma questo, ahilui, deriva da un problema di salute, e quindi ci si limita ad annotare la cosa come un fatto – e tanti titoloni che annunciano la sfida di Bossi a Berlusconi.

Ma quale sfida? Il dettare alcune condizioni, perlopiù palesemente irricevibili – come se la Lega non ci avesse abituati a farlo, nel tempo – minacciando, forse, di non sostenere il Presidente del Consiglio nel 2013? Questa è la sfida? Davvero questo equilibrismo, che fa anche un po’ tristezza, consumandosi di fronte a un gruppo nutrito di inconsapevoli-di-verde-vestiti che gridano “secessione, secessione”, si può chiamare sfida?

Francamente, sembra proprio di no. La sfida, la Lega la lanciò quando La Padania, il 19 agosto 1998 lanciò le dieci domande a Berlusconi.

La prima, per dirne una, era questa:

Il 26 settembre 1968, la sua Edilnord Sas acquistò dal conte Bonzi l’intera area dove lei, signor Berlusconi, edificherà Milano2. Lei pagò il terreno 4.250 lire al metro, per un totale di oltre tre miliardi di lire. Questa somma, nel ’68, quando lei aveva 32 anni e nessun patrimonio familiare a disposizione, era di enorme portata. Oggi, tabella Istat alla mano, equivarrebbe a oltre 38.739.000.000 lire. Dopo l’acquisto, lei aprì un gigantesco cantiere edile, il cui costo arriverà a sfiorare i 500 milioni al giorno, che in 4-5 anni edificherà l’area abitativa di Milano2. Tutto questo denaro chi gliel’ha dato, signor Berlusconi? Chi si nascondeva dietro le finanziarie di Lugano? Risponda.

Oggi la Lega è al Governo con lo stesso Berlusconi, che a quella domanda – così come alle altre nove – non ha mai risposto.

E allora, di che sfida stiamo parlando? Siamo seri, suvvia. Almeno noi.

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Le falsità dell’appello al non voto dei nuclearisti

Posted in Nucleare, Politica on June 12th, 2011 by Alberto

Francesco Testa detto Chicco

Sul Facebook di Francesco Testa, detto Chicco (già Pci, già Legambiente, già barricadero antinuclearista, ora manager della Rothschild e pro-nucleare, capace di far battute tipo “Ne sono morti solo 15″ a proposito dei bambini di Chernobyl, o tipo “Nessuno chiede di abolire il traffico” visto che ci sono gli incidenti d’auto), compare un appello che contiene cinque motivi per non votare al referendum sul nucleare.

Cinque motivi in cattiva fede, facilmente smontabili con la logica e il buonsenso.

1. Il referendum sul nucleare si svolge sull’onda emozionale suscitata dall’incidente di Fukushima.

E’ falso. Le firme sono state raccolte molto prima.

2. Il nucleare non sarà mai sviluppato contro la volontà dei cittadini.

Ammesso e non concesso che sia vero – basti pensare alla TAV e a chi resiste in Val di Susa, per capire come i cittadini debbano impegnarsi per impedire la realizzazione di un’opera inutile o pericolosa o entrambe -, non si vede perché, dunque, invitare i cittadini a non esprimere la propria opinione alle urne.

Sempre al punto 2 si legge:

Al contrario, la vittoria del Sì provocherebbe di fatto una censura preventiva che impedirebbe agli italiani di essere informati sull’evoluzione del nucleare.

E’ semplicemente falso (e demagogico). Non si vede cosa c’entri l’informazione con questo referendum.

3. Il nucleare non è un argomento targato politicamente.

E’ falso. Lo è diventato, anche se, effettivamente dovrebbe essere semplicemente lasciato alla logica e al buon senso. I nuclearisti “non targati politicamente” rispondessero piuttosto, chiaramente, a una serie di domande: dove si mantengono le scorie delle centrali che già abbiamo costruito (in Italia e nel resto del mondo)?
Chi dispone di uranio?
L’uranio è economicamente conveniente?
Se, privi di targhe politiche, rispondessero chiaramente, allora sarebbero costretti ad ammettere che, semplicemente, il nucleare non può essere lasciato all’opinione: è antieconomico, è pericoloso, non comprende alcuna forma di programmazione a lungo termine.

4. La vittoria del Sì indebolirebbe il ruolo dell’Italia nella discussione internazionale.

Non si vede come, visto che anche la Germania – che di certo non è debole nella discussione internazionale – ha deciso di rinunciare al nucleare.

5. L’Italia deve confermare il proprio impegno nella ricerca sul nucleare per non restare isolata dalla comunità internazionale che nei prossimi anni, per effetto dell’incidente di Fukushima, aumenterà gli sforzi di innovazione.

Un’affermazione opinabile spacciata per verità. Chi lo dice? E perché, invece, l’Italia non dovrebbe proporre il proprio impegno per le energie rinnovabili?

Infine. Nell’appello si legge anche:

La legge prevede che per essere valido un referendum debba raggiungere un quorum. Non ritirare la scheda grigia del referendum n.3 sul nucleare è una delle opzioni che la nostra democrazia offre ai cittadini.

Vorrei ricordare ai nuclearisti che nel 1974 il referendum abrogativo per la legge sul divorzio totalizzò l’87,70% dei votanti (33.023.179 di italiani). E vinse il No. Così, il divorzio rimase in vigore. E nessuno si sognava di invitare all’astensionismo: un’altra politica, un’altra etica, un’altra Italia.

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