La neolingua italiana – Le parole sono importanti

Posted in Text on March 31st, 2010 by Alberto

In 1984, George Orwell, genio visionario, immagina di fornire un mezzo espressivo agli adepti dell’”Ingsoc”, una neolingua. Scopi della neolingua? Sostituire la vecchia. Ma non solo. Sostituire anche la vecchia visione del mondo, tutto quel che si era abituati a pensare, sradicare – in altre parole, secondo la logica della shock doctrine, fare tabula rasa del preesistente – affinchè diventi impossibile non solo parlare di quei vecchi concetti. Ma addirittura pensarli.

Il che significa che, una volta imposta dall’alto la neolingua, il popolo non potrà più avere un pensiero alternativo, critico, opposto, resistente.

In Italia, la parola “Resistenza” scompare dai programmi dei Licei.
La parola “Comunismo” viene svuotata dei suoi significati più profondi (è il cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi dal 1994).
“Assoluzione” e “Prescrizione” diventano sinonimi (è l’editoriale di Minzolini, direttore del Tg1, sul caso Mills).
Essere processati per “Pubblicazione oscena” diventa essere processati per “Atti osceni in luogo pubblico” (è il caso di Monica Setta, “giornalista”, che in prima serata in un reality show, mescola le carte parlando di Aldo Busi, processato e pienamente assolto perché il fatto non sussiste per “Pubblicazione oscena”, per il suo libro “Sodomia in corpo 11″ – che non è un libro sulla pedofilia. Corpo 11 è un carattere da macchina da scrivere, santoddio – e non, mai e poi mai, per “Atti osceni in luogo pubblico”).

La neolingua in Italia è ovunque. Gli Italiani decidono il vincitore di un reality col televoto. Gli “Italiani”, non gli spettatori del programma che televotano.
L’”amore” e l’”odio” sono due categorie politiche.
La “resistenza” non esiste più.

Il processo di “tabula rasa” è in atto da vent’anni e sembra inarrestabile.
Le parole sono importanti.
Con le parole si resiste.

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Gli invisibili che non parlano

Posted in L'Aquila 2010, Text on January 2nd, 2010 by Alberto

C.A.S.E.

Lontano dalle C.A.S.E., all’Aquila, c’è un palazzo chiuso come ce ne sono tanti, con le crepe ben in vista e un po’ di macerie e calcinacci in terra. Ospitava case d’abitazione e un negozio. Sulla vetrata del negozio, rigorosamente chiusa, c’è un cartello: “Si riapre a fianco”.

A fianco c’è un container, che ora ospita il negozio. La proprietaria arriva mentre sto facendo alcune riprese e chiede se per caso io sia un tecnico e se mi stia occupando di un qualche sondaggio per accelerare le pratiche della ristrutturazione del palazzo. Le rispondo con desolazione che, no, sto raccogliendo desolazione. E’ visibilmente delusa. A quel punto sono io che le faccio qualche domanda, ma lei non vuole raccontare la sua storia davanti alla telecamera.

E così, a telecamera spenta, vengo a sapere quello che sospettavo già: la signora fa parte di quelli che attendono. Provvisoriamente, si è arrangiata come può, nel container, col magazzino andato distrutto, casa e negozio inagibili. I suoi fornitori, da fuori, le chiedono come mai non si faccia vedere, visto che ormai all’Aquila è tutto a posto. Già. E lei non vuole parlare davanti alla telecamera. Perché non si sa mai, perché ha un’attività commerciale, perché aspetta, perché… Anche se non me lo dice, lo so bene perché. Perché ha paura che esporsi possa in qualche modo ritardare ancora la sua nuova sistemazione provvisoria.

La signora è una degli “invisibili” dell’Aquila. Quelli che non risultano, quelli che si sono arrangiati in casette di legno, che sono rientrati a casa abusivamente, che vivono in roulotte e container. Quanti sono? Non si sa, non esistono stime ufficiali. Il che contribuisce a far passare questa storia non raccontata come una marginalità.

E il silenzio degli invisibili – che davvero non si può biasimare – non è altro che un altro tassello, un altro punto in più per tutti coloro che gestiscono l’informazione fuori da qui, un altro punto in più per quelli che pensano che all’Aquila vada tutto bene.

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Dalla Protezione Civile alle Grandi Opere

Posted in L'Aquila 2009, Protezione Civile, Text on October 20th, 2009 by Alberto

Protezione Civile

Quella che segue è, di fatto, la seconda parte di un lavoro di documentazione e inchiesta sull’operato della Protezione Civile. La prima è questa: Metodo Augustus Modello Bertolaso. Il lavoro proseguirà in futuro.

La storia politica della Protezione Civile dal 1992 a oggi è una storia fatta di decreti che si modificano, si cancellano, si abrogano: la Protezione Civile interessa a tutti i governi, indipendentemente dal colore politico, ed è necessario studiare un po’ per capire dove si potrebbe arrivare, per comprendere il futuro e gli scenari che si prospetteranno. Studiando, si può capire, per esempio, come si potrebbe passare dalla Protezione Civile alle Grandi Opere senza soluzione di continuità.

Nel 1992 la Protezione Civile viene normata e contemporaneamente posta sotto il controllo diretto della Presidenza del Consiglio dei Ministri a opera della Legge n. 225 del 24 febbraio 1992. Siamo nella X Legislatura, sotto il Governo Andreotti VII (DC-PSI-PSDI-PLI). La Prima Repubblica sta per finire, è l’ultimo governo Andreotti e finalmente si legifera su un tema dibattuto da almeno vent’anni. Sui dibattimenti precedenti, andrà aperta un’ampia parentesi. Per ora è bene ricordare che di fatto la legge del 1992 risponde a istanze fortemente volute dall’ On. Giuseppe Zamberletti, che ritroveremo presto.

Dopo alcuni decreti, che definirei di transizione e che regolano, per esempio, l’accesso dei volontari alla P.C. – e che comunque saranno da analizzare in un secondo momento -, arriviamo al 1999 (XIII Legislatura, Governo D’Alema I – DS-PPI-RI-FV-PDCI-SDI-UDR). La Riforma Bassanini, (D. lgs 30 luglio 1999) tenta di modificarne e la struttura con la creazione dell’Agenzia di Protezione Civile, ma fallisce: di fatto l’Agenzia non entrerà mai pienamente in funzione.

Anche perché – passando attraverso polemiche di vario genere che riguardano, per esempio la gestione post-sisma in Umbria – veniamo al Decreto Legge 7 settembre 2001, n. 343. Siamo alla XIV Legislatura ed è in carica da un paio di mesi il Berlusconi II (FI-AN-LN-UDC).

La Protezione Civile ritorna direttamente sotto la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Non solo: le attività della Protezione Civile vengono estese ai Grandi Eventi: una modifica che non esiterei a definire fondamentale per la comprensione dell’attuale scenario. Nel frattempo, dal 7 febbraio 2001, Guido Bertolaso, figura trasversale e bipartisan, è a capo del Dipartimento, dopo aver già ricoperto questo ruolo in precedenza.

All’epoca, il Corriere della Sera sottolinea come in reazione al decreto siano insorti i comuni. La Repubblica parla di blitz. Oggi sembra non ricordarsene nessuno, ma la memoria storica, nel nostro Paese, è quella che è. Così, la Protezione Civile gestione Bertolaso naviga senza soste verso il suo destino futuro.

Per la cronaca, Il primo grande evento che gestirà la P.C. è il vertice In.C.E. di Trieste, nel novembre del 2001. Da allora, si susseguiranno una serie di grandi eventi perlopiù a sfondo religioso, incluse le esequie di Giovanni Paolo II.

C’è un’ultima altalena di modifiche legislative datata 2006-2008. I due decreti, l’uno del Governo Prodi II (DS-DL-PRC-RNP-PDCI-IDV-FV-UDEUR), datato 23 ottobre 2006, l’altro del Governo Berlusconi IV attualmente in carica (PdL-LN-MpA), datato 31 luglio 2008. Sono sostanzialmente l’uno la fotocopia dell’altro, anche se ovviamente il secondo abroga il primo. Con due piccole differenze: i vice capo dipartimento possono essere due anziché uno; viene istituito l’Ufficio Stampa della Protezione Civile, che fino a quel momento non esisteva, così come il Servizio comunicazione, sviluppo delle conoscenze e gestione 
dei rapporti con il servizio civile di livello dirigenziale.

Così, arriviamo al terremoto all’Aquila e alla gestione del post-sisma con una Protezione Civile che può operare secondo le deroghe garantite dallo stato di emergenza, rispondendo direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Che ha un ufficio stampa e un servizio di comunicazione pronti all’azione. Che ha gestito, nel frattempo, una serie di Grandi Eventi a stragrande maggioranza di stampo religioso.

Ma andiamo con ordine. Il 31 di marzo 2009, la Commissione Grandi Rischi (istituita con Decreto 91 del 18 aprile 2002) riunita, rassicura gli aquilani come si evince dal verbale. Il 6 aprile accade quel che la cronaca ha ampiamente dimostrato e raccontato: scossa di terremoto, crolli, 307 morti, decine di migliaia di sfollati.

Immediatamente, in stato di emergenza, la popolazione viene divisa fra tendopoli all’Aquila e alberghi fuori dall’aquilano (in ragione di circa 30mila unità nell’una e 30mila nell’altra soluzione. Chi non accetta né l’una né l’altra destinazione, di fatto, non viene censito). L’8 aprile è già pronto il Piano C.A.S.E., che a oggi ha avviato le costruzioni di 19 piccole new town dislocate nell’aquilano. Tutte le decisioni di grande impatto vengono prese in maniera centralizzata. Più volte verrà ripetuto dal Presidente del Consiglio e da Guido Bertolaso che il modello Abruzzo andrà applicato altrove.

Nel frattempo, la Protezione Civile si occupa di rendere quanto più possibile efficienti i campi tendati e, soprattutto, comunica a tutto campo per garantire un’immagine di efficientismo, con comunicati stampa, pagine di giornale, manifesti 6×3 esposti in tutta la città. In più ha l’occasione di organizzare un altro Grande Evento, il G8 all’Aquila, in un luogo che ha già commissariato in nome dell’emergenza. All’Aquila la Protezione Civile si è dispiegata in tutta la sua potenza di fuoco, di fatto esautorando – in nome dell’emergenza – autorità e Forze dell’Ordine locali.

Dal 6 aprile in avanti, inoltre, ha gestito le emergenze di Viareggio e di Messina.
In seguito, Guido Bertolaso ha inviato la sua Informativa del Capo Dipartimento al Senato sull’alluvione di Messina, in cui si legge:

Alla luce di quanto successo a Messina, ma anche all’Aquila e Viareggio “dobbiamo trarre una lezione: la denuncia degli abusi del territorio non è più sufficiente, occorre trasformarla in un piano di azione che riguardi tutto il Paese, dal Nord al Sud alle isole”. Nella sua informativa al Senato sull’alluvione di Messina il Capo Dipartimento della Protezione Civile Guido Bertolaso sottolinea la necessità di un piano d’azione per la messa in sicurezza di tutta l’Italia. Occorre trovare subito i fondi necessari “per un grande piano di manutenzione del Paese” e occorre eliminare “la zona grigia delle competenze tra enti centrali e amministrazioni locali”. Unico modo per reagire con civiltà alle tragedie di questi ultimi tempi e onorare così tutte le vittime degli ultimi disastri.

Sebbene il capo del Genio Civile di Messina Gaetano Sciacca neghi le colpe dell’abusivismo edilizio, con argomentazioni significative, e sottolinei il lavoro del Genio per la prevenzione, il messaggio che passa è che la colpa del disastro sia delle abitazioni abusive. Così come passa il messaggio che all’Aquila sia tutto brillantemente risolto, nella gestione post-sisma. Cosa che sappiamo bene non essere vera.

Eppure, il modello costruttivo applicato in Abruzzo va replicato, ci dicono.
E il Ponte sullo Stretto va costruito, ci dicono. Così come la T.A.V. nel famoso corridoio 5 sulla tratta Torino-Lyone.

Allora, alla luce della storiella sommariamente raccontata e che meriterà di essere approfondita – cosa che non si mancherà di fare – è lecito porsi dei dubbi e delle domande che riguardano il futuro.

La Protezione Civile, i cui primi due compiti sarebbero Previsione e Prevenzione, gestisce da otto anni i Grandi Eventi e oggi – in Abruzzo, per cominciare – interviene pesantemente nella realizzazione del Piano C.A.S.E. e delle sue 19 new town. La Protezione Civile utilizza, anche nella gestione dell’emergenza, metodi autoritari e di controllo. E non è un caso che la sua struttura principale si chiami Di.Coma.C. (Dipartimento di Comando e Controllo).

E’ fantascienza ipotizzare che la prossima evoluzione della P.C. sia rivolta, in qualche modo, verso una gestione delle Grandi Opere?

Il punto di contatto, l’anello mancante, la figura che rende questa teoria qualcosa di più di una semplice ipotesi e che allontana dubbi di dietrologie gratuite c’è già, è lì, pronta, e basta solo elencare le cariche che ricopre.

Si tratta dell’Onorevole Giuseppe Zamberletti, ex D.C. che ha gestito come Commissario Straordinario i terremoti di Friuli e Irpinia, è Presidente dell’ISPRO (Istituto per le ricerche e gli studi sulla Protezione e la Difesa Civile), è presidente del C.d.A. della Società Stretto di Messina (27 maggio 2002 con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), Presidente Onorario della Confederazione degli Imprenditori Italiani nel Mondo, Presidente della Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi (la stessa che ha rassicurato gli aquilani il 30 marzo 2009) e infine Presidente dell’I.G.I., l’Istituto Grandi Infrastrutture. Di cui, fra l’altro è socia Impregilo S.p.A., che il Ponte sullo Stretto di Messina dovrà costruirlo, prima o poi.

Su questo interessante conflitto di interessi scrissero già altri (per esempio, Antonio Mazzeo su Terre Libere. Era il 2005.

Infine, un dato. L’ultimo, per ora.

Il 4 aprile 2009 è uscito su Il Tempo un pezzo che parla della gestione del terremoto in Irpinia. In esso si legge, fra l’altro:

Nell’inchiesta della Commissione parlamentare presieduta da Scalfaro, denominata «Mani sul terremoto» avviata nel 1994, furono coinvolte 87 persone tra cui Ciriaco de Mita, Paolo Cirino Pomicino, Vincenzo Scotti, Antonio Gava, Antonio Fantini, Francesco de Lorenzo, Giulio Di Donato e lo stesso commissario Zamberletti che aveva coordinato i soccorsi. L’epilogo della vicenda si è tradotto con la prescrizione della maggior parte dei capi d’imputazione mentre per altri reati è stata decisa l’assoluzione.

Alberto Puliafito

Lettera agli aquilani dopo sei mesi (di Guido Bertolaso)

Posted in Sources, Text on October 7th, 2009 by Alberto

Oggi, a sei mesi dal sisma, sul sito ufficiale della Protezione Civile compare una Lettera agli aquilani dopo sei mesi a firma Guido Bertolaso. Pare utile riportarla integralmente per una lettura attenta e a futura memoria.

Lettera agli aquilani dopo sei mesi.

Oggi è il sei ottobre 2009. Sei mesi dal sei aprile. Sei mesi, che sono un soffio e un’eternità insieme.
Un soffio, per chi prepara progetti e li mette in atto, scontrandosi con la realtà dei “tempi tecnici” necessari per fare qualsiasi cosa. Un’eternità, per chi aspetta una normalità che sembra non arrivare mai, costretto a una vita da rifugiato anche se ha scelto di vivere a pochi metri da casa, obbligato a far passare il tempo senza avere il comando dei propri giorni per decidere come viverli.

Come capita sempre nella vita, a distruggere basta un attimo, per costruire serve tempo. Una città, un territorio sono come una famiglia, un’impresa, una qualsiasi altra realizzazione sociale dell’uomo. Quando l’amore non è coltivato ogni giorno, quando si lavora oggi senza pensare a domani, quando si sta insieme per motivazioni che un giorno erano chiare, ma sulle quali non si è avuto la prudenza di lavorare, qualsiasi crisi può sfasciare tutto quello che abbiamo costruito, su cui
abbiamo scommesso, che abbiamo considerato un bene acquisito una volta per sempre. Le famiglie si dividono, le imprese falliscono. Comincia, inevitabile, una stagione di ripensamenti, spesso di accuse agli altri perché non ci hanno capito, non hanno riconosciuto le nostre ragioni, hanno mandato a rotoli i nostri progetti.
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Metodo Augustus Modello Bertolaso

Posted in L'Aquila 2009, Text on October 5th, 2009 by Alberto

La costruzione mediatica all’Aquila

Il “Metodo Augustus” è un ottimo documento di riferimento per la pianificazione nel campo delle emergenze. E’ stato progettato dal geologo dott. Elvezio Galanti e inquadrato dalla legge 225/92.

Sul sito internet dell’ISPRO (Istituto di Studi e Ricerche sulla Protezione Civile e Difesa Civile) lo si trova in pdf (ed è vivamente consigliata una approfondita lettura), con importanti integrazioni successive al 1997, che riguardano, fra l’altro, anche la comunicazione in fase di emergenza, le metodologie con cui veicolare la stessa, le modalità con cui rapportarsi ai media.

Nelle integrazioni del Metodo Augustus si legge, fra l’altro:

La popolazione è comunque sempre coinvolta nelle situazioni di crisi, sia emotivamente (teme di essere toccata dagli eventi, partecipa ai problemi di chi è coinvolto), sia fisicamente (se non ha subito danni, comunque è costretta a sopportare disagi). [...]
Se la sua controparte istituzionale sarà sufficientemente autorevole e determinata, la maggior parte dei cittadini sarà disponibile ad abdicare alle proprie autonomie decisionali, a sottoporsi a privazioni e limitazioni, ad “ubbidire” alle direttive impartite. [...] Un chiaro piano di comunicazione [...] permetterà una più agevole accettazione delle misure adottate. Non solo: qualora il precipitare degli eventi lo rendesse necessario, sarà più facile imporre una disciplina più ferrea e chiedere sacrifici più duri. [...] E inutile perdersi in dettagli poco importanti, per esempio parlare della reazione incontrollata di una piccola parte della popolazione, quando la comunità si è comportata, in generale, in maniera corretta.

Il Metodo, nelle sue integrazioni, parrebbe essere perfettamente applicato nella sua accezione più autoritaria all’Aquila, dove assistiamo a un giornalismo embedded molto simile a quello che si sviluppa in aree di conflitto: il giornalista, perfettamente integrato e guidato, nel suo lavoro, dall’istituzione che gestisce l’emergenza, si deve affidare all’Ufficio Stampa del Dipartimento di Comando e Controllo della Protezione Civile, deve chiedere autorizzazioni, registrarsi in pool, partecipare a eventi per poter documentare.

La costruzione mediatica a livello nazionale è volta a far conoscere una situazione di positività e successo nell’intervento post-sisma; a livello locale si aggiunge un tentativo di costante rassicurazione della popolazione che sembra molto simile a forme di controllo sociale, ai limiti della sospesione dello Stato di Diritto. Le forme di dissenso vengono minimizzate o ignorate o contrastate.

Emblematico, il caso della contestazione a Silvio Berlusconi nel corso della consegna delle casette di legno a Onna (realizzate dalla Provincia Autonoma di Trento con fondi della Croce Rossa Nazionale). I contestatori sono stati mediaticamente ignorati, fatte salve poche eccezioni.

Nelle integrazioni del Metodo ci si dilunga poi in una serie di istruzioni sulle modalità di comunicazione, sull’importanza di affidarsi a giornalisti di fiducia, sulla gestione del rapporto con i media che devono essere guidati nella loro produzione di informazione sull’emergenza, su come scrivere i comunicati stampa. La tecnica, anche in questo caso, viene applicata alla lettera. Esce un pezzo sul Redattore Sociale a proposito del campo smantellato di Piazza d’Armi, che inizia così:

I servizi igienici non vengono puliti, via la mensa, illuminazione inesistente, niente più volontari né giornalisti. Dopo 5 mesi rimangono 40 “irriducibili”, gli altri “deportati” nella caserma della guardia di finanza.

Poche ore dopo, un comunicato stampa della Protezione Civile argomenta:

I supposti sfollati abbandonati nelle ex tendopoli di Piazza d’Armi sono coloro che hanno rifiutato di lasciare l’area pur avendo avuto la certezza di sistemazioni alternative e molto più confortevoli. Tutti gli aquilani che sono stati trasferiti nella Scuola della Guardia di Finanza di Coppito hanno peraltro più volte e pubblicamente manifestato la loro piena soddisfazione per la nuova accoglienza.
L’area di Piazza d’Armi è stata del resto restituita al Comune a far data dal 9 settembre, e nulla può essere imputato alle amministrazioni competenti che assicurano ancora l’assistenza per oltre trentamila persone.

E’ interessante notare come in tutte le sue integrazioni il metodo sia stato applicato alla lettera nella gestione post-sisma all’Aquila. Ma altre indicazioni del Metodo Augustus, invece, sono state ignorate:

Le esigenze connesse alle realtà socio-economiche ed alle complesse situazioni morfologiche del territorio nazionale, hanno determinato la necessità di sviluppare un “sistema di assistenza abitativa” finalizzato ad evitare, soprattutto nella provincia, nei centri minori e nelle numerose frazioni ed insediamenti abitativi disseminati sul territorio, lo spostamento delle famiglie interessate da un evento calamitoso dai luoghi di abituale residenza.

Contrariamente a queste indicazioni, all’Aquila il modello adottato ha generato uno spopolamento del territorio: circa 30mila sfollati sono stati ospitati in strutture alberghiere. Gli altri sono stati disgregati e riaggregati in microstrutture sociali, i campi di accoglienza tendati. I numeri: al 24 aprile gli sfollati erano 64.768, di cui 29.136 in alberghi e appartamenti sulla costa adriatica, gli altri, 35.632, nei 173 campi di accoglienza tendati, con 5.635 tende (una media di 6 persone per tenda. Dati divulgati dalla Protezione Civile e pubblicati dall’ASCA). E quello dello spopolameno non è certo l’unico problema di questa gestione post-sisma che, per chi la vive, sembra durare da anni. Ma che è appena cominciata. Al 28 settembre, alloggiano in strutture alberghiere ancora 15.133 persone, e il totale ufficiale degli assistiti è di 32.949 persone.

Il Metodo Augustus modello Bertolaso è possibile all’Aquila, per ora.
E forse lo sarà, a breve, anche a Messina, di concerto con Berlusconi che dichiara: “Modello L’Aquila per Messina”.
Si attendono gli sviluppi per il resto d’Italia.

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