Bertolaso, il “leghista” alla conquista dei Ministeri

Posted in Articoli, Il Fatto Quotidiano, Scritti on October 31st, 2010 by Alberto

“Da buon leghista vi dico che non sarebbe quella grande disgrazia”. Sono parole di Guido Bertolaso, a proposito dell’eventuale eruzione del Vesuvio.

Guido Bertolaso, un uomo di governo che fa, costantemente, la figura dell’eroe nazionale: raramente si riesce a metterlo alle corde in maniera puntuale sul suo concetto di gestione emergenziale del Paese. Lo ha fatto, nella scorsa puntata di Annozero, il solo Marco Travaglio, ma nessun altro è riuscito a entrare nel merito delle questioni su cui incalzare il Capo Dipartimento di Protezione Civile.

Ma non sono le battute di cattivo gusto, il problema. Per capire il personaggio è utile leggere attentamente uno stralcio dalla riunione che si è tenuta il 15 ottobre personale e ai dirigenti del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) presso l’Auditorium di Via Vitorchiano, Roma. La CGIL è venuta in possesso di un file audio e ne ha divulgato alcuni passaggi.

Nel primo, Bertolaso si lascia andare alle battute, sta per lasciare il Dipartimento di Protezione Civile (almeno, dicono) e c’è un’emergenza che non ha potuto gestire:

sapete tutti che l’unico rammarico che avrò, che avremo, sarà quello che purtroppo fra Vesuvio e ai Campi Flegrei non è successo niente… visto che è l’unica che ci manca… (mormorio e risate) inutile che vi grattate, non vi grattate… da buon leghista, da buon leghista vi dico che non sarebbe quella grande disgrazia

Si potrebbe obiettare sul buongusto del Sottosegretario, ma proseguiamo. Perché è nel secondo stralcio del suo intervento che Bertolaso chiarisce bene il suo concetto di Dipartimento di Protezione Civile e le modalità con cui si muove con i suoi uomini. Comincia commentando la nomina del suo vice, Bernardo De Bernardinis a capo dell’ISPRA:

Non so cosa significhi ISPRA, però è un istituto che si occupa della tutela e della protezione dell’ambiente, tanto per essere chiari è una struttura importante che è dentro il Ministero dell’Ambiente, sappiamo che in questi ultimi anni hanno avuto qualche problemino e la nomina di Chicco in quell’istituto è sicuramente farina anche in parte del mio piccolo sacchetto perché avevo immaginato che si dovesse organizzare una strategia visto che qua nessuno è immortale [...]

Chicco è, appunto, De Bernardinis. Poi, Bertolaso parla del suo futuro successore, l’ex prefetto dell’Aquila

C’è Franco Gabrielli con noi, che viene dal Ministero, che è stato la madre comunque che piaccia o non piaccia dell’origine della PC del nostro Paese, è un Prefetto della Repubblica […] ed è Franco quello che presto avrà il compito di rilevare il testimone al sottoscritto […] ma c’è un altro ministero che è strategico per noi e lo sarà sempre di più in futuro, è il Ministero dell’Ambiente ecco perché abbiamo fatto questo innesto […] attraverso appunto il coinvolgimento del nostro uomo migliore in questo campo. Questo è il disegno, ecco perché Chicco va lì al Ministero dell’Ambiente per rinforzare la nostra struttura […] Questo è lo schema.

Schema, nostra struttura, noi: di chi parla, di cosa parla Guido Bertolaso? Che cos’ha ancora in mente? Forse giova ricordare una telefonata del 17 maggio 2007, intercettata, in cui Bertolaso parla con Marta Di Gennaro, sua vice nella gestine rifiuti in Campania: “Tu fai tutto quello che può essere utile, che può servire… io ho un obiettivo preciso: sputtanare i tecnici del ministero dell’Ambiente”. Tre anni e mezzo dopo, ecco che Guido piazza un suo uomo in una struttura chiave dello stesso Ministero.

Chicco va via da lunedì mattina perché ha convocato il consiglio di amministrazione del suo nuovo istituto, Franco Gabrielli sostituisce al momento Chicco nel compito di vice capo dipartimento per area operativa e il compito di vice capo dipartimento dell’area amministrativa viene assunto da Angelo Borrelli (APPLAUSI) […] Come a livello nazionale pare che il ministro dell’economia conti qualcosa, forse troppo… in casa nostra, il nostro ministro dell’economia ha dimostrato di essere molto diverso dal ministro dell’economia a livello nazionale. Perché lui si che è una persona seria, una persona perbene, una persona dotata di umanità, una persona che sa quando si deve dire di no ma capisce anche quando è il caso di sire di sì

Borrelli, che Bertolaso definisce il nostro ministro dell’economia, che faceva parte della task force di Bertolaso in Campania durante una delle tante fasi dell’emergenza rifiuti. Una task force sotto inchiesta.
Ecco cosa si dicevano la Di Gennaro e Borrelli durante un’altra telefonata:
Marta Di Gennaro: “Lo smaltimento costa 200 euro a tonnellata, ma se la Svizzera dice che il materiale non è buono per quel fine di recupero con termovalorizzatore, invece di rimandarcelo indietro, possono utilizzarlo ad altri fini con 100 euro aggiunti. C’è scritta nel contratto. Ma se alla fine ci costa 300 euro a tonnellata, noi finiamo sui giornali”
Angelo Borrelli: “Dobbiamo essere noi a fare in modo che il rifiuto sia accettato dall’altro lato”.

Su quella fase dell’emergenza rifiuti c’è ancora chiarezza da fare da parte della magistratura, anche se il 20 ottobre Guido Bertolaso è stato archiviato. Cinque giorni dopo, “festeggiava” come avete letto.
Con battute e con un linguaggio che evoca scenari inquietanti di comando e controllo.

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La terra frana. I soldi al Papa e al ponte

Posted in Articoli, Il Fatto Quotidiano, Scritti on October 4th, 2010 by Alberto

da Il Fatto Quotidiano, di Manuele Bonaccorsi e Alberto Puliafito.

Due milioni di euro: questo il costo della visita di Benedetto XVI a Palermo di oggi, 3 ottobre. Soldi spesi in Sicilia con appalti assegnati dalla Protezione civile in tutta fretta, mentre la terra non smette di franare.
Un anno fa c’era Giampilieri. Il 1° ottobre ricorreva l’anniversario della terribile frana del 2009: 37 morti e Guido Bertolaso che tuonava contro l’abusivismo, in un paese in cui, a detta di tecnici, abitanti, responsabili del Genio civile, di abusivo non c’era proprio nulla. Ma il dissesto idrogeologico, nel territorio siciliano, c’è anche dove non arrivano le telecamere delle televisioni.

San Fratello. «Ogni volta che piove, per me è una notte insonne». La signora Bettina Nicolosi non ha paura dei tuoni. Teme che la sua casa possa scivolare a valle, come è già accaduto ad altri mille abitanti di San Fratello, dopo la frana del 14 febbraio: 50 milioni di metri cubi di terreno che hanno cominciato a muoversi, distruggendo abitazioni, scuole, chiese, sul versante che il piano regolatore del paesino del messinese, arroccato sui Nebrodi, stava per individuare come zona di espansione.
Un terzo di San Fratello è oggi un paese fantasma, popolato solo da qualche anziano, che torna davanti alla sua vecchia abitazione, sfidando il pericolo di crolli, tra le crepe che spaccano il terreno e le facciate delle case.

«Cosa aspettano a dare inizio ai lavori, che caschiamo giù anche noi?», si chiede Bettina, che dal 14 febbraio, dopo pranzo, ogni giorno scende a controllare se un chiodo, piantato davanti al portone della sua abitazione, si è inclinato, a segnalare che la catastrofe non è ancora finita, che la frana avanza, lenta e inesorabile. «Hanno iniziato i lavori un mese fa, ma solo lì, sotto quella casa che sta sull’orlo della frana», dice indicando il piccolo cantiere, distante appena un centinaio di metri. Accanto al macchinario che sta installando la palificazione, uomini del Dipartimento di Protezione civile. «Dovrebbero arrivare fin qui, mettere in sicurezza tutto il costone. Avevano promesso che non ci avrebbero abbandonato: quando è venuto in paese, subito dopo la frana, Bertolaso me lo aveva detto di persona. Invece è tutto fermo. Che fa il sindaco?»

Salvatore Sidoti Pinto, primo cittadino di San Fratello, la scorsa settimana ha chiamato ancora una volta la Protezione civile di Palermo, che supporta il Commissario straordinario Raffaele Lombardo nella gestione dell’emergenza frane. «Mi hanno detto che la gara per i lavori di consolidamento slitterà di un’altra settimana – spiega il primo cittadino – a causa della visita a Palermo del Papa». Le copie di Avvenire sul tavolo segnalano che il primo cittadino della città che diede i natali alla famiglia di Bettino Craxi non è certo un mangiapreti. Ci tiene a nascondere lo sconforto per l’ennesima risposta negativa: «Be’, se si tratta solo di una settimana, la benedizione del Pontefice ci aiuterà a recuperarla in breve tempo». Ma il suo sguardo lascia trapelare più fede in Dio che fiducia nello Stato.

Castell’Umberto. Quattromila abitanti sparsi in poche contrade di montagna, tra orti e noccioleti. In mille vivono nella frazione di Sfaranda, dove la terra si è mossa qualche giorno dopo San Fratello, all’inizio di marzo. Ha distrutto una chiesa, le scuole elementari e costretto alla fuga un centinaio di cittadini. Che quel costone fosse instabile lo si sapeva da tempo, spiega il sindaco Alessandro Pruiti Ciarello: «Nel 2005 eravamo riusciti ad aggiudicarci uno stanziamento di 6 milioni per la messa in sicurezza», racconta il sindaco. «Siamo riusciti a spenderne solo uno, gli altri soldi non li abbiamo mai visti. In quel punto, dove abbiamo fatto i lavori, le case non sono crollate. E ora ho un’altra preoccupazione: che prendano i fondi per la venuta del Papa a Palermo da quelli destinati al dissesto idrogeologico».

Per Benedetto XVI i soldi sono stati spesi velocemente, per la messa in sicurezza, invece, è tutto bloccato: «Dobbiamo aspettare che la Protezione civile ci comunichi i risultati dei carotaggi, utili a capire a quale profondità si muove la frana. Dovevano essere già arrivati, ma hanno rimandato tutto ancora di una settimana».
I funzionari della Protezione civile hanno fatto capire al primo cittadino di Castell’Umberto che faranno un’analisi costi-benefici, per capire come intervenire. Lui tiene a precisare: «Bisogna fare gli interventi necessari, non una deportazione coatta».

Eppure, se la frana sarà troppo profonda il destino della frazione sarà segnato. Come già accaduto nel 1922 a Castania, l’antico abitato di Castel Umberto: i prefetti fascisti decisero allora di ricostruire il paese più in alto, e l’antico abitato è ora abbandonato, con i suoi monasteri seicenteschi, le strade di pietra e la piazza del mercato, avvolta dai rovi.
E neppure il vescovo di Patti, nella cui diocesi ricade il paese, ha mai fatto visita alla sua chiesa, distrutta dalla frana di marzo.

Caronia. Tutto fermo anche a Caronia, nonostante l’accordo di programma quadro del 30 marzo, che ha stanziato per il messinese 180 milioni di euro. Sulla frana, che ha trascinato le case per decine di metri verso valle, è tutto identico allo scorso inverno. Unico intervento, una strada ripida che scende tra le macerie e le abitazioni distrutte, spostate come sassolini dalla furia della terra. La strada servirebbe per portare a valle l’acqua. Ma gli sfollati sono soliti percorrerla per andare a cercare vestiti, album di foto, ricordi; si aggirano fra macerie, case distrutte, muri, tetti e pavimenti incastrati in prospettive improbabili: sette mesi fa, quando la terra si è mossa, non hanno avuto il tempo di portar via nulla. Non sanno se riavranno una casa, non sanno cosa sarà del lavoro che hanno perso, vivono sospesi in attesa di certezze che non arrivano.
Finora, dunque, è servita a poco la protesta di 40 sindaci dei Nebrodi, che quest’estate si sono recati a Palermo per dire al presidente della Regione, impegnato a preparare il quarto rimpasto di governo in due anni, che ogni minuto passato era sprecato. Si aspetta ancora. Ma la stagione delle piogge è già iniziata. E gli abitanti dei Nebrodi temono che la terra tornerà a muoversi.
Intanto, ieri, gli organizzatori della manifestazione “No Ponte” hanno chiesto a gran voce che i fondi stanziati per il ponte sullo stretto vengano destinati alla messa in sicurezza del territorio siciliano. Nel corteo – 5mila persone che hanno attraversato il centro di Messina – questa volta, non c’erano solo ambientalisti e gli abitanti delle zone che saranno interessate dai cantieri, dove le imprese hanno iniziato le proprie indagini sul terreno, scortate dalla polizia: c’erano anche gli abitanti delle montagne che franano. Per loro, il ponte, è la beffa dopo il danno.

di Manuele Bonaccorsi e Alberto Puliafito

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