La sfida democristiana di Bossi

Posted in Politica on June 20th, 2011 by Alberto

Lancio del tronco a Monkey Island

Una base pronta per il lancio del tronco e il tiro alla fune, un leader che non si capisce bene quando parla – ma questo, ahilui, deriva da un problema di salute, e quindi ci si limita ad annotare la cosa come un fatto – e tanti titoloni che annunciano la sfida di Bossi a Berlusconi.

Ma quale sfida? Il dettare alcune condizioni, perlopiù palesemente irricevibili – come se la Lega non ci avesse abituati a farlo, nel tempo – minacciando, forse, di non sostenere il Presidente del Consiglio nel 2013? Questa è la sfida? Davvero questo equilibrismo, che fa anche un po’ tristezza, consumandosi di fronte a un gruppo nutrito di inconsapevoli-di-verde-vestiti che gridano “secessione, secessione”, si può chiamare sfida?

Francamente, sembra proprio di no. La sfida, la Lega la lanciò quando La Padania, il 19 agosto 1998 lanciò le dieci domande a Berlusconi.

La prima, per dirne una, era questa:

Il 26 settembre 1968, la sua Edilnord Sas acquistò dal conte Bonzi l’intera area dove lei, signor Berlusconi, edificherà Milano2. Lei pagò il terreno 4.250 lire al metro, per un totale di oltre tre miliardi di lire. Questa somma, nel ’68, quando lei aveva 32 anni e nessun patrimonio familiare a disposizione, era di enorme portata. Oggi, tabella Istat alla mano, equivarrebbe a oltre 38.739.000.000 lire. Dopo l’acquisto, lei aprì un gigantesco cantiere edile, il cui costo arriverà a sfiorare i 500 milioni al giorno, che in 4-5 anni edificherà l’area abitativa di Milano2. Tutto questo denaro chi gliel’ha dato, signor Berlusconi? Chi si nascondeva dietro le finanziarie di Lugano? Risponda.

Oggi la Lega è al Governo con lo stesso Berlusconi, che a quella domanda – così come alle altre nove – non ha mai risposto.

E allora, di che sfida stiamo parlando? Siamo seri, suvvia. Almeno noi.

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Verità giudiziaria o giustizia sociale?

Posted in Scritti on June 20th, 2011 by Alberto

Discarica Pitelli

C’è questo rincorrere la verità giudiziaria, in Italia, che ci fa male: è un equivoco enorme.
C’è che se provi a fare il giornalista ti dicono che c’è la notizia solo se tintinnano le manette, o se hai un buon contatto in procura che ti passa le carte.
C’è che se provi a dire ai colleghi che l’inchiesta giornalistica dovrebbe, piuttosto, fornire materiali alle procure e non trascrivere quelli che vengono pubblicati, perché quella è altra roba, quello è giornalismo giudiziario, ti dicono che in fondo la magistratura serve al giornalismo.

E’ un equivoco clamoroso, che ha generato le squadre di giustizialisti e garantisti – soliti termini svuotati dal loro senso primario, grazie a un uso abnorme, orwelliano e neolinguistico – e che, lentamente, non ci ha più fatto capire niente.

Berlusconi e i suoi sparano da così tanto tempo sulla magistratura che ti vien voglia di pensare – sperare – e che la magistratura sia infallibile. O quantomeno che la verità giudiziaria e la giustizia sociale siano la stessa cosa.

Ma provate a raccontarlo a chi vive nei pressi della collina di Pitelli.

Lì, scriveva il Gup Alessandro Ranaldi, varie società hanno depositato (elenco parziale)

Scarti della produzione di silani classificati come tossici e nocivi nonché sostanze chimiche di laboratorio provenienti dalla ditta Union Carbide Unisil spa di Termoli Imerese; glicole etilenico contenuto in fusti; solventi vari quali toluene, xilene, benzene…; fusti contenenti terre di bonifica e altro materiale non identificato occultati senza protezione sotto una soletta di cemento armato; tre milioni di chilogrammi di rifiuti tossico nocivi (farmaci scaduti e composti farmaceutici); scarti di specialità medicinali dell’industria chimico farmaceutica; 17.800 tonnellate di scorie da attività di termodistruzione di Rsu provenienti dall’Amsa di Milano, contenenti composti organo alogenati, diossine e furani; 116 tonnellate di fanghi da trattamenti primari di acque; quattro tonnellate di solventi organici; 38.000 tonnellate di ceneri leggere; 3.700 di scarti e rottami contenenti amianto; 253 tonnellate di polveri di abbattimento fumi di fonderia; 21 tonnellate di fanghi organici; 27 tonnellate di rifiuti speciali vari; 19 tonnellate di morchie, fusti triturati; 2.976.012 chilogrammi di farmaci scaduti; 61.716 chilogrammi di composti farmaceutici

Un bell’elenco, vero? Bene. Questi rifiuti sono ancora lì, non temete. Sulle colline di La Spezia.
Ma il processo, che ha visto il rinvio a giudizio per vari reati, fra cui “disastro ambientale”, si è da poco concluso.

Con una sentenza di assoluzione per tutti gli undici imputati, perché i vari reati-corollario sono caduti in prescrizione e l’ultimo rimasto in piedi, “disastro ambientale”, è il più difficile da dimostrare. Secondo il Tribunale non è stato dimostrato. E quindi, tutti assolti, arrivederci e grazie. Con buona pace di quelli che, a suo tempo, avranno riportato le notizie degli arresti e dei rinvii a giudizio e ne avranno parlato solo dopo l’uscita dei verbali.

Sia chiaro: questo non è un attacco alla magistratura né alla giustizia, ma a un modo di intenderla.
Ed è uno spunto di riflessione, per provare a prendere le distanze da un meccanismo perverso di comunicazione che ci ha anestetizzati tutti quanti. Le notizie esistono anche dove non arrivano (ancora) i giudici, esattamente come quei rifiuti esistono anche se i responsabili sono stati assolti. E probabilmente, avremo tutti un ricordo della “collina dei veleni” di Pitelli. Ma quanti sanno dell’assoluzione e delle ragioni ultime di questa? Forse chi si interessa della vicenda nel locale. Oppure chi ha letto un taglio basso del Manifesto (è il mio caso, per dire. Probabilmente ne avrà parlato anche qualcun altro, non lo escludo. Ma in tono minore). Perché ai giornali nazionali, non interessa una non-notizia, né spiegarne le implicazioni: sarebbe troppo complicato, e rovinerebbe loro il gioco. Del tifo, dei titoloni, delle copie da vendere.

Eppure, informarsi e informare significa cercare i fatti, non trascrivere o leggere i verbali delle intercettazioni o degli interrogatori (che poi non sono mai integrali, ma sempre sunti). La realtà, là fuori, si può raccontare anche senza passare dalle aule di un tribunale. Lo fanno i giornalisti locali, che spesso anticipano la magistratura. Lo fanno i comitati, che conoscono a fondo le proprie realtà e che troppo spesso i soloni giornalisti ignorano, pensando, tutto sommato, che siano dei poveretti isterici. Il modo c’è.
Si può fare.

Cronaca giudiziaria non è giornalismo d’inchiesta.
Verità giudiziaria non è giustizia sociale.

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