Io giornalista aquilana (di Elisa Cerasoli)

7 luglio 2010È difficile raccontare tutte le emozioni di ieri, e anche se sono abituata a scrivere e a raccontare, non credo che riuscirò a farlo del tutto.
Ero emozionata ieri mattina, mi sono vestita bene, un po’ perché comunque per metà io ero lì per lavorare, per raccontare quello che succedeva e quando lavoro tento di essere presentabile, un po’ perché, in quanto terremotata ero lì per protestare e mi sono rotta dell’immagine dei terremotati come poveri disgraziati, come vecchiette che perdono la dentiera. Siamo persone istruite, curate, con molti vizi, da sempre additati come tendenzialmente snob e chiuse nelle nostre mura.

Comunque, dicevo, ero emozionata, mi sono vestita bene, sono uscita prestissimo di casa, un paio d’ore in redazione e poi via, felice, verso Piazza Venezia per accogliere i miei concittadini che stavano arrivando in autobus.
La prima sorpresa l’ho avuta ancor prima di arrivare. Fra largo Argentina e Piazza Venezia 3 blocchi delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Mentre passo mi guardano, mi giro e faccio a un carabiniere: “Ma per due terremotati, non sarà troppo?” Mi sorride divertito cercando complicità. Lo fulmini con lo sguardo. Arrivo, li vedo, gli aquilani. Un cartellone profetico tenuto in mano da un signore: Le nostre armi di montagna” Disegnati ci sono un fiasco di vino, del salame e del formaggio, i prodotti della nostra terra, la nostra ricchezza.

Comunque, quei tre posti di blocco mi avevano messo in tensione, lo confesso, un misto di eccitazione e timore mi ha accompagnato tutta la giornata.
Lì a Piazza Venezia cominciano gli spintoni con la polizia, non sono gli stessi che ci sono stati in questi mesi all’Aquila, lì c’erano transenne da aprire, c’erano strade aperte intorno, e solo in una occasione, il 28 febbraio, la domenica delle 6 mila carriole, erano in tenuta antisommossa.
La prima volta era bastata la signora Licia ad aprire il varco con sua figlia Pina e con Anna Pacifica.
Qui si capisce subito che la giornata sarà lunga e dura. Mi spavento
Per chiarire: il Sindaco dice di avere il permesso, i manifestanti avevano il permesso per una delegazione fino a Montecitorio, e poi tutti a Piazza Navona.

All’imbocco di Via del Corso invece fra polizia e guardia di finanza c’erano almeno 50 persone con scudi, caschi e manganelli, dietro di loro due camionette, a 100 metri altre due. “Dove passa la delegazione?” mi chiedo. Capisco che non potrò scrivere, concordo dei lanci dettati. Cominciano gli spintoni, mediano i sindaci, i parlamentari, cominciano a muoversi i manganelli. Una signora davanti a me piange mentre parla a dei finanzieri e gli dice: “voi non fate passare dei terremotati, io ptrei essere vostra madre e mi fate vedere il manganello!!!”. Un giornalista chiama la sua redazione: “Mandate qualcuno, mi sono beccata una manganellata guardia di merda, mi fa male la schiena”. Mi spavento, capisco che non è aria e chiedo, terrerino da giornalista alla mano, di poter passare oltre la barriera. Un finanziere mi dice: “Qui non passa nessuno!” “E la delegazione dei terremotati che ha il permesso? Dove passa?” “Qui non passa nessuno!”.
Passa così una mezz’ora credo, poi le camionette si spostano, qualche spinta e passiamo, prima lentamente, poi corriamo. Loro provano a fare un cordone, ma non riescono. Arriviamo a 100 metri da Piazza Colonna, all’altezza di Via di Pietra. Ricominciano le spinte, ai giornalisti è sempre e comunque vietato muoversi, non ci rendiamo conto che una parte delle persone è stata bloccata a Piazza Venezia… – forse noi siamo la delegazione, e allora perché non ci fanno entrare? -. Arriva l’onorevole lolli, ci dice che gli è stato indicato di farci confluire verso via di pietra. Alcuni sindaci si incamminano, alcuni di noi giornalisti li seguono. Arriviamo a piazza di Pietra, siamo pochissimi, noi giornalisti ci guardiamo in faccia, torniamo indietro, si sente un gran baccagliare… era una trappola, hanno fatto allontanare i giornalisti (menomale che operatori e fotografi sono rimasti) e sindaci e hanno cominciato a picchiare. Corro verso via del corso per questa stradina buia e mi trovo a un certo punto di fronte una maschera di sangue. “NOOOOOO, non è vero, non hanno picchiato i terremotati, non può essere”. Eppure è! Lolli è tornato indietro anche lui e corre dal ragazzo. Penso a dove ho lasciato mio fratello, perfetto è ancora dietro di me, non era fra la folla. Cerco di capire quanti si sono fatti male, cosa sia successo. Comunico via facebook quello che è successo. I feriti sono due, uno ha la maglietta bianca completamente rossa. Li fasciano, hanno dei tagli in testa.
Alfonso, quello che mi ha rincorso qualche domenica fa per darmi la ricevuta per una “donazione” di 10 euro che avevo fatto per la manifestazione del 16 giugno, uno che dice che la trasparenza si vive, ha la maglia sporca di sangue. Leggo che anche Cialente è ferito.
Ci fanno passare per Via di Pietra, arriviamo in pochissimi a Montecitorio, dove anche i disabili manifestano contro la manovra. Mi apparto per dettare una notizia all’agenzia, vicino a me c’è un disabile su una sedia a rotelle, un carabiniere mi si avvicina e mi dice: “Signora, stia attenta, mi raccomando”. “A cosa?” “Sono arrivati gli aquilani, hanno brutte intenzioni, hanno già creato disordini a via del Corso”.
Resto senza parole. Vedo alcuni gruppi di disabili che vengono portati via. Ci accuseranno poi e ci diranno che siamo menti fragili e prepotenti che minacciano dei malati. Siamo almeno in questa occasione lucidi. Ci ricombattiamo in Piazza Caprinica, aspettiamo, non arriva più nessuno e capiamo di aver perso molti pezzi. Torniamo indietro. Scopriamo che alcuni erano ancora bloccati a Via del Corso, altri a Piazza Venezia. Di Pietro era andato lì a mediare dopo che Lolli era salito a Montecitorio per comunicare cosa succede in strada. Siamo tutti davanti a piazza Colonna. Scendono Bersani e Pannella: “L’Aquila è la priorità” concordano. Vedremo… penso a San Marciano. Ok, è l’una e trenta. Torniamo indietro. Abbiamo il nostro “posto” prenotato al Senato. Il tg5 parla di noi e non degli scontri, il tg2 ne fa un titolo nei sottopancia, il tg1 ne parla dopo 18 minuti. Cosa dicano non lo sappiamo bene. Arriviamo all’imbocco di Via del Plebiscito. Nuovo posto di blocco. “Ancora??? No… nn se ne può più” Si aprono entriamo correndo. Si chiudono di gran fretta le porte di palazzo Grazioli, Una camionetta della Polizia blocca la strada davanti a noi. Si alza del fumo, non capisco, penso “Addirittura i lacrimogeni????”. Non sono i lacrimogeni, ma capisco che è una trappola, la quarta dopo quella dei sindaci e giornalisti allontanati dal blocco, dopo aver sfaldato il gruppo in tre tronconi, dopo averci mandato a Montecitorio sopra ai disabili,adesso ci chiudono sotto casa di Berlusconi come topi in trappola, come eravamo chiusi nelle nostre case il 6 aprile. Siamo stati carne da macello allora, lo siamo stati 15 mesi e un giorno dopo, lo saremo ancora, di questo sono certa.
Rivola qualche manganellata, la gente è stanca e si siede dove capita, io ho paura, ci sono oltre 100 agenti in tenuta antisommossa fra polizia guardia di finanza e carabinieri. Mi sembra chiaro che stanno provocando, questi aspettano la scusa per picchiare così potranno dire che abbiamo attentato alla vita del premier e che loro non hanno potuto fare altro. Del resto che eravamo menti fragili ce lo avevano detto già! Ho paura, lo confesso, lì ho avuto veramente paura. Ho chiamato mio fratello, gli ho chiesto di starsene buono. Dura tre quarti d’ora, qualche goccia e le persone che infondo vogliono andare via. Chiamo Ettore di Cesare glielo dico. Non mi manda all’altro paese perché è un signore. Arrivo davanti al cordone per capire cosa succede, da dietro non si capisce nulla. Lì la situazione è tesa. Gli sguardi delle forze dell’ordine sono la cosa più assurda di tutta la questione. Che non mi si dica che non lo scelgono e che ce li mandano, accidenti. Fanno quel lavoro per scelta e come guardarti lo decidono loro, non il loro capo. Chiedo di passare oltre la barriera sempre con il tesserino e di portare con me un fotografo. Voglio capire se dietro ancora ci siano altri uomini. Mi dicono che io posso passare io, ma non il fotografo. Baccaglio un po’. Li provoco, anche: “Non sono una escort, per questo non mi fate passare, vero?”.
Alla fine dietrofront, non c’è verso di fare la strada più corta. Gli anziani e le donne non ce la fanno più. Si sono svegliati alle 6 e da 5 ore vagano in un fazzoletto di metri sotto il sole romano. Comunque, alla fine, alle 16 passate arriviamo a Piazza Navona. Arriva Scelli ma risale velocemente nei suoi palazzi. Spunta una bandiera neroverde dal senato, ma la tolgono subito. Siamo stanchi. Arriva il sindaco. Non so come è riuscito anche a incontrare Schifani, la Finocchiaro… ha ottenuto che si presenti un emendamento per pagare il 40% degli arretrati in 120 rate da gennaio 2011. Siamo ancora lontani da Umbria e Marche. Ma anche da Molise, Vercelli, Puglia, Friuli. Siamo lontani e soli.
Miei concittadini poi vanno agli autobus. Passano sotto la FNSi e la Protezione Civile. Urlano “3:32, io non ridevo”.

Oggi i colleghi fanno battute, mi chiedono se sono ancora intera. Non capiscono cosa sia successo ieri. Ieri è stata la giornata più brutta dopo il 6 aprile 2009.
L’Aquila non verrà ricostruita. Berlusconi non metterà mai la tassa di scopo, gli aquilani sono soli, l’Italia è sola e la democrazia è solo un ricordo. Sono arrabbiata e sfiduciata. Il sangue degli aquilani versato il 6 aprile non era forse sufficiente??? Io non userò mai più l’espressione Belpaese per parlare dell’Italia. Voi?

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