Sparare sulla Croce rossa

Croce Rossa - Il lato oscuro della virtù

Dalla premessa a Croce rossa – Il lato oscuro della virtù di Alberto Puliafito

“E senza dubbio il nostro tempo […]
preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere […]. Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro”
Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione di L’essenza del cristianesimo

«Non vorrai mica sparare sulla Croce rossa, adesso».

Me lo dice un’amica che mi scova – letteralmente – in un piccolo locale di Vanchiglia, accogliente quartiere torinese. Un’ambulanza è appena passata accanto a noi e in altri tempi non ci avrei fatto caso, ma ora sono sommerso di carte, relazioni, documenti che riguardano la Croce rossa e quando vedo un’ambulanza avverto quello stesso effetto che si prova quando hai appena comprato una macchina e ti sembra che tutti ce l’abbiano uguale.

L’ambulanza, per la cronaca, non era della Croce rossa, ma di una delle tante strutture private che operano nel campo del primo soccorso.

Sarà poco moderno, ma non riesco a fare a meno della carta su cui sottolineare e scrivere per intrecciare dati, nomi e numeri per conoscere, capire e poi provare a spiegare: è il primo passaggio, per me fondamentale, di un’inchiesta.

Il secondo sarà abbandonare le carte e immergermi nella realtà che dovrò raccontare: parlare con le persone e viverle. Con una certezza: non sarà facile.

Quando l’amica mi scova in quel locale, ho appena iniziato il mio lavoro e sono sommerso di incartamenti da studiare per capire il mondo della Croce rossa italiana. In particolare, sto studiando la Relazione sulla verifica amministrativo-contabile del Dipartimento ragioneria generale dello Stato (20 febbraio 2008 – 16 giugno 2008).

Capisco ben presto che la quantità di lati oscuri e scandali più o meno evidenti fra cui dovrò districarmi è notevole. Eppure, prima di tutto, devo affrontare un altro problema, molto più importante, per non correre il rischio di vanificare tutto il mio lavoro: la stesura di questa premessa.

«Non vorrai mica sparare sulla Croce rossa, adesso» racchiude in una frase tutti i rischi del libro che sto cominciando. Ho scritto della Protezione civile di Bertolaso nella mia inchiesta Protezione civile Spa e conosco bene le trappole dialettiche cui si sottopone l’autore di un lavoro critico, magari anche duro, dove si parla di chi, nell’immaginario collettivo, fa del bene. In Croce rossa ci sono i volontari, esattamente come in Protezione civile, e non puoi parlare male dei volontari, se non vuoi sentire obiezioni che iniziano con un Come si permette?

Non solo. Protezione civile Spa l’avevo iniziato in tempi non sospetti per mere questioni cronologiche, ma qualcosa aveva comunque aperto le porte alle critiche. Fino al mese di febbraio del 2010 queste erano confinate a poche e rare realtà giornalistiche (fra cui Angelo Venti, Manuele Bonaccorsi, Daniele Nalbone, il sottoscritto e una manciata d’altri). Ma poi le cose cominciano a cambiare, dopo che si palesano le inchieste della magistratura sui Grandi eventi e il G8 della Maddalena, dopo l’evidenza dell’emergenza rifiuti campana mai risolta, dopo la bufera su Guido Bertolaso, dopo gli imprenditori sciacalli che ridono la notte del terremoto dell’Aquila – che insieme alle storielle sui massaggi al Salaria Sport Village è l’immagine che più indigna gli italiani – dopo le infiltrazioni mafiose nella (ri)costruzione dell’Aquila e il crollo progressivo del miracolo aquilano, che comincia a perdere per strada i pezzi di santificazione acritica indotta dai media.

Insomma, a maggio del 2010, quando uscì Protezione civile Spa c’erano, finalmente, tutte le carte in regola perché si potesse proporre anche alla società civile un lavoro serio e documentato di dura critica all’idea di Protezione civile di questa classe dirigente. Nonostante questo, più volte, nel corso delle presentazioni del libro, mi è capitato di sentire qualcosa di molto simile a Come si permette di parlar male di chi fa del bene.

E così, giù a spiegare, ogni volta, che il Dipartimento nazionale di Protezione civile non è La-Protezione-Civile-In-Senso-Lato, che ci sono varie idee di Protezione civile, che il punto di vista da cui parte la mia critica si basa sull’osservazione diretta di mesi di lavoro sul campo all’Aquila, sui dati, sui numeri, sul buonsenso, su modelli alternativi rispetto a quelli applicati nell’Aquilano dopo il terremoto e, soprattutto, su un’idea ben precisa di Protezione civile, che dovrebbe essere un meccanismo democratico di autoprotezione dei popoli.

Ora, se tutto questo accade per il Dipartimento che fu di Guido Bertolaso, nonostante tutto, figuriamoci cosa potrebbe succedere a proposito di Croce rossa, che, nell’immaginario collettivo, gode di un’immagine internazionalmente immacolata.

Così, è bene chiarire da subito un paio di concetti fondamentali, per me stesso, per l’amica che mi dice «Non vorrai mica sparare sulla Croce rossa» e, soprattutto, per il lettore che vorrà farmi l’onore di accompagnarsi al sottoscritto in questo viaggio. Lo spiegherò come ho provato a spiegarlo a lei. Non me la prendo con i volontari o con chi fa del bene. Tuttavia, in un capitolo del libro proverò ad analizzare anche la psicologia di chi fa del bene e il volontariato.

Ma non è questione di voler sparare sulla Croce rossa. È questione di costruirsi un pensiero critico e di raccontare, perché è quello che credo di saper fare. E ho imparato a non credere acriticamente alla società dell’immagine (e dello spettacolo), e visto che dietro ai soggetti senza macchia spesso si nascondono muffe e segreti; visto che l’assistenzialismo umanitario è anche un business internazionale; visto che – ne scriverò in seguito – nella natura stessa di Croce rossa ci sono ambiguità logiche; visto che ci sono oggettivamente realtà critiche all’interno della Croce rossa stessa; visto che in Italia la Croce rossa è una struttura commissariata, quindi evidentemente considerata critica dal governo; visto che raccontare è un diritto e un dovere, allora, sì, se occorrerà, se necessario sarò anche disposto a sparare sulla Croce rossa.

Ma mi creda il lettore, come mi ha creduto la mia amica: non inizio questo lavoro con il preconcetto di dover picchiare duro. Lo farò ogni volta che lo riterrò necessario, senza dimenticare volontari e precari. E senza dimenticare che per capire occorre studiare la storia, i contesti sociali in cui nascono le idee.

Le tesi da cui parte questo lavoro, maturate dopo letture, analisi,
ascolto di testimonianze, sono:

- è possibile un modello alternativo a quello proposto, internazionalmente, dalla Croce rossa
- esiste uno scollamento fra gli intenti originari della Croce rossa e l’operato dei suoi vertici
- esiste uno scollamento fra i vertici della Croce rossa e la base dei volontari, dei precari, dei militari, quelli che lavorano sul campo e non dietro a una scrivania
- esiste un’idea di Croce rossa che non è affine a quell’immagine raccontata mediaticamente.

Invece, le domande a cui cerco di rispondere sono: la Croce rossa è diventata uno strumento politico? È una macchina per fare affari? Ha una gestione trasparente? Esiste una gestione di tipo industriale degli aiuti umanitari?

Come Protezione civile Spa, anche questo è un testo d’inchiesta che parla anche di un tema centrale e imprescindibile: il ruolo della comunicazione nella società. Detta così, sembra un’argomentazione trita e ritrita. Ma trovo che non se ne parli mai abbastanza. La comunicazione non è solamente diventata componente fondamentale della politica: ha sostituito la politica.

Infine, questo libro cerca di dare uno sguardo d’insieme su alcune questioni che riguardano il nostro Paese e che collegano la Croce rossa con una serie di elementi da prendere in considerazione, anche a costo di fare alcune digressioni che sembrano – ma solo a un primo approccio – secondarie.

Giunti al termine di questa premessa, credo che sia il momento di stabilire un patto con le lettrici e i lettori, un patto di fiducia reciproca.
Personalmente, lettore, confido nella tua onestà intellettuale, ovvero, in primo luogo, nel fatto che tu leggerai questo libro conoscendo il contenuto di questa premessa. Da parte tua, lettore, dovresti confidare – a maggior ragione dopo questa premessa – nell’onestà intellettuale del sottoscritto, ben sapendo che, fra l’altro, potrai facilmente contattarmi in rete e chiedermi chiarimenti.

Fatto questo patto, si può cominciare.

Dimenticavo: la copertina del libro. La signora in foto è una crocerossina, si chiama Barbara Lamuraglia, madre di due figli e moglie di un primario del policlinico Gemelli. È balzata agli onori delle cronache di pettegolezzo politico per qualche giorno, per un episodio che ha riguardato Silvio Berlusconi e poi una polemica con Emergency: ne parleremo. A dimostrazione del fatto che si può anche alleggerire il tono del discorso senza perdere di vista le vere criticità, e che la comunicazione è importante. Fondamentale.

Com’è fondamentale capire che si deve anche sparare sulla Croce rossa, se necessario.

Alberto Puliafito

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