Facebook e la “sensibilità locale”

Richard Allan Il 10 aprile 2011 Report propose una puntata dal titolo Il prodotto sei tu, a cura di Stefania Rimini.

Si parlava di Facebook, Google, dati personali e via dicendo. La puntata fu duramente criticata da nutriti gruppi di persone proprio sul popolare social network e, in generale, non accolse il favore degli addetti ai lavori, al punto che Milena Gabanelli dovette in qualche modo chiarire la sua posizione – e quella della redazione – in merito. Perché i guru del web (di solito, i presunti o autoproclamatisi guru del web) non amano qualche non-guru-del-web parla del web. In un’intervista a L’Unità disse:

Mi guarda anche la Signora Cesira e io devo essere in grado di spiegare il prodotto strutturato alla Signora Cesira. La tv generalista non è la rete, e quindi il popolo della rete deve portare pazienza se abbiamo usato un linguaggio semplice per spiegare cose da addetti ai lavori, mi sembra che dobbiamo fare questo sforzo, se no ci sono dei soggetti che parlano solo tra loro, e il resto del mondo è fuori. Volevamo capire un po’ di meccanismi ho capito che tanta gente non li sa e abbiamo dedicato mesi a indagare su questo mondo e a raccontarlo su una tv generalista. Già il fatto che se ne discuta e la discussione non rimanga confinata in rete mi sembra una buona cosa.

Ora, in effetti la puntata di Report, a chi la rete la bazzica parecchio, sarà sembrata farragginosa, e magari non ha aiutato a dare una corretta interpretazione del web in tutti i suoi aspetti. Ma d’altra parte, come farlo in 60 minuti? Impossibile.

Eppure, i recenti accadimenti su Facebook – sottovalutati o minimizzati da molti come una banale applicazione della policy del social network, oppure con slogan tipo “Facebook è un cancro sociale” et similia, tutte cose negative. Come è negativo ogni tentativo di rendere la realtà complessa un fatto binario raccontabile mediante slogan – riguardanti, in particolare, il blocco dei pezzi del fattoquotidiano.it, ci permettono di riprendere in mano almeno un passo di quella puntata di Report.

E per la precisione, quando Richard Allan, responsabile Facebook per l’area europea, dichiarò alla giornalista Stefania Rimini:

Le nostre decisioni non sono arbitrarie, ogni segnalazione viene valutata, che si tratti di una sola o di migliaia, non conta. Per noi quello che conta è se il contenuto viola o no le nostre regole. E c’è una squadra multilingue che lavora qui nei nostri uffici europei, con gente che parla anche italiano e che è in grado di giudicare i contenuti con una “sensibilità locale.

Ebbene. I fatti di ieri dimostrano come quest’affermazione non risponda al vero. Non è possibile che siano state effettivamente valutate le segnalazioni che riguardavano una popolare testata giornalistica italiana e che la decisione presa sia stata quella di rimuoverne – seppure temporaneamente – i contenuti. E la rimozione – seppure temporanea – dimostra una totale assenza di “sensibilità locale”.

Questo non significa che ci si debba indignare solo perché la cosa è capitata a una testata; né che si debba gridare all’attacco al Fatto quotidiano. Questo significa che occorre prendere l’evento come paradigma di una situazione più complessa, inserirlo in questa complessità e considerarlo nella sua complessità.

Le mie personalissime conclusioni, a proposito di questa complessità, sono, riassumento a costo di sembrare banale:

a) la libertà sui social network è genericamente sopravvalutata. Questo, nonostante a mio avviso i detrattori in senso assoluto dei social network commettano lo stesso errore partigiano di chi li esalta. Gli attivisti del click dovrebbero prenderne atto;
b) più in generale, è sopravvalutata anche la libertà sulla rete, soprattutto (ma non solo) perché la rete in generale non ha e non può avere la stessa capacità di penetrazione dei social network;
c) nel caso specifico, Ilfattoquotidiano.it, probabilmente, ha un rapporto troppo stretto con la sua “proiezione” su Facebook;
d) sempre nel caso specifico, Facebook ha mostrato tutta la sua fragilità, a chi vuole guardare oltre il caso specifico stesso.

Poi, volendo allargare ulteriormente le considerazioni, visto che questo pezzo di informarexresistere sul G8 continua a essere bloccato su Facebook, si potrebbe anche pensare che certi temi siano sgraditi al social network. Ma più probabilmente siamo anche qui di nuovo di fronte a una serie di segnalazioni multiple. Si vede che il mantenimento di questo blocco, secondo Facebook, fa parete dell’avere “sensibilità locale”.

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Grazie a Elisabetta Stella per lo spunto.

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One Response to “Facebook e la “sensibilità locale””

  1. Elisabetta Says:

    Uh, che onore! Grazie Alberto. A mio parere hai fatto centro su diversi aspetti. Da parte mia scadrò nel pedante andante, ma come scrivevo ieri in altra sede, ormai tra i “mi piace” di scuola facebookiana c’è anche quello, latente, di convincerci che la comunicazione targata Fb cartografi forme di libertà, e suoi risvolti, mai compiute in questo modo e fino a questo momento. Le magnifiche sorti e progressive 2.0. Ci piace crederlo poiché già questo produce degli effetti al di qua e al là di Fb e, più in generale, della Rete. Talvolta si considera Fb, finora il più potente e affollato social network in termini di contatti e di traffico, il mezzo e/o il fine per la (ri)conquista di altre libertà, sorvolando – nell’euforia degli status, dei link, dei ‘commenta’, dei ‘mi piace’ e dei ‘condividi’ (tutta roba diventata ormai abitudine quotidiana e (ad)domestica(ta) dal tempo e dai sensi, ma che ci rende in ogni caso partecipi, protagonisti, forse artefici dell’agognato cambiamento) – dicevo, sorvolando che al momento dell’iscrizione si sottoscrive un contratto a condizioni e termini di utilizzo la cui interpretazione dipende, al minimo, da una “sensibilità locale”. Sensibilità sospesa tra il metaforico e l’eufemistico, d’accordo, senza dubbio di carattere manageriale per un’azienda che tra pochi mesi sarà quotata in Borsa. La “sensibilità locale” formulata da Allan, ben nutrita da falle e contraddizioni apparenti o tangibili, non ha nulla a che fare con la nostra Costituzione, con l’articolo 21 e con i nostri, per chi li ha o crede di averli, principi liberali e democratici. Ammetto di aver pensato ingenuamente, d’istinto e innanzitutto, a questo tipo di garanzie e non ad altro appena saputa la notizia dei “blocchi” a certi contenuti. Solo in seconda battuta ho riflettuto sulla natura del mezzo “social network”. Mezzo nel quale l’interpretazione autentica delle regole di cui sopra è, per l’appunto, a discrezione della sopra citata “sensibilità”. Insomma, le regole del gioco sul campo di Fb sono quelle che sono, con gli effetti che abbiamo visto. C’è scarsa consapevolezza in giro, purtroppo, ma anche una buona dose di timori e di speranze che dipingono “La libertà che guida il popolo” con il logo di Fb sulla bandiera nazionale. Nel momento in cui ciò accade, però, il terreno di gioco, incontro-scontro-confronto, è già cambiato. Il che, come abbiamo visto, può funzionare se dall’indignazione condivisa in Fb ci si organizza e si passa a condividerla in piazza. Immagino che per Mr Fb si tratti di un effetto collaterale, quasi di un effetto farfalla. Ché, qualunque cosa accada, il regolamento del suo social network resterà lo stesso, a meno che a cambiare non sia la sua, di “sensibilità”.

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